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Intervista ad Aldo Palma: Arte e Materia al Refettorio Ambrosiano per il Fuorisalone 2017

Intervista Aldo Palma pittore

Milano scalda i motori per la Design Week 2017 e, fuori dai padiglioni di Rho Fiera, migliaia di eventi collaterali comporranno il programma del Fuorisalone, sparpagliandosi per la città. Dal 4 al 9 Aprile arredamento, arte e avanguardia animeranno l’atmosfera insinuandosi anche in quei luoghi generalmente riservati ad altri usi, o accessibili a pochi.

Tra gli eventi più interessanti c’è senza dubbio la mostra dedicata all’artista romano Aldo Palma, organizzata da ArtdesignBox in collaborazione con Caritas Ambrosiana e Irinox spa e allestita presso il  Refettorio Ambrosiano.

e allestita presso il Refettorio Ambrosiano.

Lo abbiamo incontrato per l’occasione, indagando sul suo concetto di arte e sul processo che, dagli albori della sua passione, lo ha condotto alla realizzazione di un sogno: l’arte come espressione della materia.

Aldo, quando nasce la sua passione?

Fin da giovanissimo ho visitato i maggiori musei romani ed europei. Non c’è una ragione particolare, semplicemente a 14 anni ho sentito un impulso che mi ha portato a realizzare un dipinto. Solo successivamente sono passato dalla pittura semplice all’utilizzo di materiali, in particolare della  resina polivinilica.

Le sue opere sono infatti tridimensionali, come se la materia fuoriuscisse dalla tela per “invadere” lo spazio e fondersi con esso.

I miei telai sono obbligatoriamente molto spessi, poiché la tela subisce dei traumi e delle pressioni abbastanza notevoli che si amplificano con l’utilizzo dei fili i quali la mettono sotto una pressione per realizzare l’estroflessione.

La materia come percezione tattile…

Assolutamente. La tattilità  fa parte del linguaggio materico. Osservare una scultura è un conto, ma  è toccarla la cosa più importante. Tant’è che nei musei mi limito, perché l’istinto sarebbe di toccare. Il punto è che a me piace percepire l’opera fisicamente. Nell’ultimo ventennio l’arte è diventata alla portata di tutti, accessibile e questa conoscenza diffusa ha cambiato le regole. Da giovanissimo ho visitato la Cappella Sistina decine di volte, senza code, senza folla, senza restrizioni. Oggi non è più così.

La popolarità dell’arte le crea problemi?

Certamente no. Il fatto che la gente sia attirata verso la cultura e verso questa forma di espressione è solo un bene. Sono per un’arte fruibile, semplice. Questa popolarità ha invece portato ad una complicazione, generando un controsenso. L’arte dovrebbe essere universale, ma il sistema che la regola a volte si comporta in modo elitario, rendendo difficile la nascita di semplici emozioni.

L’arte deve fare questo, provocare emozioni?

Assolutamente, quando realizzo un’opera, non posso portarla avanti se non mi suscita un particolare stato d’animo. Tempo fa realizzai un urlo su commissione, venduto poi ad un banchiere tedesco. L’opera inizialmente era stata collocata nel suo ufficio, ma lui decise poi di trasferirla a casa sua. La moglie però pare non ne fosse molto contenta. “O esce il quadro o esco io – gli disse – mi genera angoscia”. Ebbene, dal mio punto di vista,  è stato un grosso complimento.

Secondo lei l’arte è una celebrazione del pensiero (dell’ego) dell’artista, o l’artista crea per la collettività?

Secondo me l’autore crea per il suo personale piacere. Io quando amo un mio lavoro e lo vendo, lo rifaccio per me stesso. Ho il piacere di vederlo e voglio goderne. Ecco perché per superare il “dispiacere del distacco” replico per me quello che ho ceduto ad altri. Sarà forse anche perché dietro ad ogni mia opera c’è un lungo studio, un duro lavoro personale. Oppure spesso quello che realizzo è frutto di un’impressione privata, una visione che mi è appartenuta. Rimango ipnotizzato da una luce particolare e sento il bisogno di riprodurla a modo mio, renderla parte di un mio lavoro.

Spesso però le sue opere non sono solo “costruzione” di un’immagine ma “distruzione”. Ad esempio nella Pietà ha utilizzato dei solventi per sciogliere e intaccare il colore.

Io uso il solvente come mezzo. Le mie tele sotto sono tutte disegnate a carboncino. Poi le distruggo, perché matematicamente quello che creo, poi, lo rifaccio. E’ una mia mania. Il solvente mi serve per dare vita, non per distruggerla. La “tunica di Platone” è stata trattata con agenti chimici perché il colore non doveva essere puro, ma disciogliersi e tramutarsi. Doveva essere lavato via. Quelli sulla veste del filosofo sono i colori della sessualità. La sfumatura è l’essenza.

L’ultima cena – opera portante della mostra presso il refettorio della Caritas Ambrosiana – è invece policroma, realizzata con un rosso metallizzato. Ci racconti questo trittico.

E’ un omaggio al grande Leonardo. Conosco molto bene  l’opera originale. E’ perfetta, geniale, rivoluzionaria. Il mio rifacimento è solo un estremo tentativo di apprezzamento.

L’uso della resina polivinilica per la realizzazione di un’opera classica è l’elemento di novità?

No, credo che l’innovazione fosse già racchiusa nel lavoro di Leonardo Da Vinci. Io ho solo aggiunto dei fili, ma probabilmente non è un fattore nuovo neppure questo. Forse lui gli sguardi li realizzava già con questo sistema, senza neanche bisogno di fili reali. Lui li tirava con la sua mente, io l’ho fatto davvero. In punta di piedi.

Se non volete perdere l’opportunità di vedere dal vivo alcune delle opere di Aldo Palma, tra cui i suoi cuori tridimensionali, non mancate alla mostra in programma dal 4 al 9 aprile.
Approfittate per esplorare la mensa-gioiello voluta da Massimo Bottura e Davide Rampello, uno dei migliori lasciti di Expo 2015.

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